La politica oltre il consenso

In un momento politico dominato dagli appelli di responsabilità, dai severi richiami al pragmatismo e dalle richieste di un ragionevole compromesso per sbloccare lo shutdown del governo federale e sbrogliare con un minimo di spirito bipartisan la faccenda del tetto del debito pubblico, l’intransigenza di un’agguerrita fetta del Partito repubblicano può apparire come il preludio di un suicidio politico. In questo schema, il senatore Ted Cruz è il cavaliere dell’apocalisse autodistruttiva, destino non negoziabile di un movimento conservatore che a tutti i costi vuole agganciare alla legge di bilancio e al tetto del debito la delegittimazione dell’Obamacare.
22 AGO 20
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New York. In un momento politico dominato dagli appelli di responsabilità, dai severi richiami al pragmatismo e dalle richieste di un ragionevole compromesso per sbloccare lo shutdown del governo federale e sbrogliare con un minimo di spirito bipartisan la faccenda del tetto del debito pubblico, l’intransigenza di un’agguerrita fetta del Partito repubblicano può apparire come il preludio di un suicidio politico. In questo schema, il senatore Ted Cruz è il cavaliere dell’apocalisse autodistruttiva, destino non negoziabile di un movimento conservatore che a tutti i costi vuole agganciare alla legge di bilancio e al tetto del debito la delegittimazione dell’Obamacare. Il ragionamento, però, valeva forse in altri tempi e in un’altra tempra politica, e mal s’accorda con l’èra del “post consenso”, come la chiama Sam Tanenhaus, intellettuale liberal già direttore della Book Review del New York Times. “Questi repubblicani più combattivi potrebbero essere l’avanguardia di una nuova politica”, ha scritto domenica sul New York Times, mettendo in discussione il luogo comune secondo cui Cruz e compagnia urlante hanno scelto la via del manicomio e dell’irrilevanza. Nell’èra “post consenso” la purezza ideologica è la strada per la sopravvivenza politica; è la calce identitaria che rafforza il movimento conservatore, in cerca di una rinascita come blocco di minoranza con un ruolo determinante sulla scena. In questa prospettiva, non è uno shutdown come tutti gli altri. Non è una crisi politica riconducibile a schemi già visti. E’ piuttosto, dice Tanenhaus al Foglio, “l’emergere di un nuovo assetto, in cui i conservatori non giudicano il consenso e la ricerca del terreno comune come i pilastri su cui costruire la propria presenza. Cruz lo sa benissimo che il conservatorismo non gode di una posizione maggioritaria, e che le tendenze demografiche avvantaggiano la sinistra, ma ha un’altra idea in mente: serrare i ranghi del partito attorno ai valori di una compagine che comunque è determinante in termini di numeri e peso. E i ‘valori repubblicani’ possono essere distillati nella battaglia contro l’intrusione dello stato federale”.
La prova che quello in atto non è soltanto l’ennesimo scontro di bassa politica, una battaglia di giornata, è che democratici e repubblicani non sono in disaccordo sulle soluzioni ma sulla valutazione dei problemi: “Durante la Guerra fredda – continua Tanenhaus – la povertà e il comunismo, ad esempio, erano problemi comuni. Kennedy e Nixon avevano idee molto diverse su come venirne a capo, certo, ma la questione era la stessa per entrambi. Nell’èra post consenso la dinamica è diversa. Un partito dice che il problema sono le diseguaglianze economiche, l’altro dice che è lo stato federale; uno dice che lo shutdown è una tragedia immane, l’altro scrolla le spalle, dice ‘so what?’ e alza la posta, certo che la sua visione ricalchi quella di un pezzo d’America. Un pezzo minoritario, certo, ma è proprio nell’ambito di una minoranza ideologicamente forte che si gioca questa fase”. Paradosso: un contributo decisivo alla nascita di questo assetto lo ha dato Barack Obama, il presidente che non s’accontentava di promettere la discesa su Washington dello spirito bipartisan – comunque incluso nel perimetro della politica del consenso – ma ambiva a partorire un’epopea “post partisan”: “Obama ha cercato di cambiare l’intera scenografia politica, ma l’obiettivo era talmente ambizioso e i suoi tentativi di dialogo così deboli che quel modello politico gli si è ritorto contro. La lotta sullo shutdown, con la sua intransigenza e il suo rifiuto per i compromessi, è la testimonianza di questa fase post partisan, ma non nel senso in cui l’aveva immaginata Obama”.
Sullo sfondo delle lotte furibonde, dei negoziati senza sbocchi, delle conte al Congresso, dei dettagli sulla riforma sanitaria e delle spaccature di partito, Tanenhaus vede un più ampio scontro fra visioni del mondo, un aspetto che non rilevava nelle grandi battaglie al Congresso degli anni Novanta: “E’ uno scontro fra identità culturali: c’è un’America aggrappata alle strutture tradizionali in materia sociale e che disprezza tutto ciò che sa di centralismo ed establishment; un’altra America si muove verso idee progressiste con una foga ideologica che nella storia recente è stata una caratteristica della cultura europea più che di quella americana. Noi eravamo il paese in cui, notava Gramsci, c’erano soltanto due partiti ed erano di fatto indistinguibili. Ecco, quell’epoca è finita”.